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Pacifico Luigi - Sito Ufficiale

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Luigi Pacifico, cantastorie moderno di un mondo senza tempo. È difficile trovargli dei precedenti senza correre il rischio di sminuire l'originalità. È vero, gli uomini volanti fanno immediatamente pensare a Chagall; le ballerine di can can con le calze a mezza coscia e lo sguardo perso nel vuoto sono un omaggio a Toulouse-Lautrec; i colori smaltati, scintillanti, sono quelli di Van Gogh. Ma quei cieli stellati sono così infiniti e vicini da parere spiati da un finestrino di un'astronave, quei trompel'oeil dove la prospettiva si rivela una tenda colorata che da uno strappo lascia sfuggire un uomo in cilindro dal dito accusatore, quei fondali di palcoscenico piatti che, d'improvviso, si rivelano dotati di una terza, forse anche di una quarta dimensione, quelle matite colorate dalle punte acuminate che compaiono inaspettate, incongrue eppure cosi necessarie, e poi i tubetti di colore che si contorcono, lottano, sputano - ironici e gioiosi - la loro pasta scintillante, sono solo suoi. E it suo universo onirico personale. Inattingibile ma allo stesso tempo espresso con un linguaggio immediato, comprensibile, rassicurante, quasi, nella sua nitidezza e nella riconoscibilità dei suoi personaggi.

E un universo colorato pieno di lui, di questa sua eterna fanciullezza che lo spinge a raccontare la vita in favole. Ed ogni favola potrebbe essere la continuazione della precedente. Ogni notte stellata la stessa, infinita, notte stellata. Ci si trova, davanti ai lavori di Pacifico. Incantati, catturati, senza parole. Risucchiati in quel vortice di spirali che prima sono onde del mare e poi si trasformano nella decorazione di un palcoscenico. E allora cercare il bandolo di quella favola senza fine è un'esigenza che si rivela pia forte della volonta. Ci si inventa una storia, cosi. La storia di una venere bionda che invece di nascere sulle spume del mare come la sua sorella botticelliana, scaturisce, scarmigliata e selvaggia, da un tubetto di colore ad olio rosso come l'amore. Poi indossa abiti civili, quella venere: un cappellino rosso e un vestitino scollato dello stesso colore che lascia vedere le sue forme burrose e generose. Indossa abiti civili e parte in mongolfiera verso it cielo stellato. A caccia di spicchi di luna. E, ancora, diventa ballerina di avanspettacolo, riconoscibile per i capelli biondi e per le calze scarlatte. Cosi la sua storia continua. Di quadro in quadro. Di sogno in sogno. L'immancabile uomo baffuto con il cilindro in testa, gli occhialini e la giacca sgargiante, come un narratore. Un piacevole compagno del pellegrinaggio da un quadro all'altro.
Evidentemente - e non solo per i baffi e la folta chioma - un alter ego dell'artista. Si potrebbe andare avanti all'infinito a descrivere i quadri di Pacifico. E la tentazione e forte. Perché fermarsi a guardarli significa essere

costretti a guardare dentro di se. A scoprire, sotto la patina attraente e colorata di un racconto sussurrato che piacerebbe a un bambino, la verità di un mondo in cui siamo tutti attori d'avanspettacolo. In cui ognuno di noi cerca di proporre agli altri, e spesso anche a se stesso, it suo volto migliore. Un volto che, a volte, a coperto dal cerone del trucco di scena. Non è un caso che nei lavori di Pacifico ricorre la presenza del palcoscenico. "La vita è tutta, un teatro", spiega semplicemente l'artista, che qualche tempo fa copriva i volti dei suoi uomini e delle sue donne con dello maschere.


Ma il palcoscenico non 6 solo mezzo simbolico, critica, analisi spietata del reale. Il palcoscenico a anche gioco di piani mobili, di quinte, di false prospettive. Uno spazio magico dove nulla 6 come sembra a dove tutto a molto di pia. Uno spazio che si allarga, scivola, s'inclina. Nasconde e rivela. Uno spazio infinito che porta lo spettatore al di la degli angusti confini della tela, verso le terre dell'immaginazione. E quando la prospettiva a allargata, quando sotto al palcoscenico animato da ballerine a uomini in cilindro, resta lo spazio per qualche tavolino, per un vociare sommesso di spettatori, ecco che chi guarda it quadro, di colpo, vi si ritrova dentro. Risucchiato. Si riconosce
nell'uomo di spalle. Eli. Anche lui. Nel fluire scintillante dei colori spuri, stesi con maestria nel disegno a campiture. E li sotto quel cielo ingombro di stelle a di lune, con l'istinto, quasi, di sollevare it naso in aria, sicuro che quelle stelle a quelle lune sono arrivate fino a lui, fuori dal quadro. E sulla punta del pennello preciso di Pacifico. Nei suoi pensieri. In un magico attimo s'identifica con lui. Si
definisce un pittore surrealista, Pacifico, anche se, ancora una volta, qualsiasi etichetta su di lui appare riduttiva. E surrealista, certo. E simbolista anche, però. E un narratore di favole a un colorista raffinato. Ha fatto tesoro degli insegnamenti impressionisti e della tecnica del pointillisme, declinando tutto in un linguaggio assolutamente inedito e personale. Ma del surrealismo, di quello da manuale, teorizzato da Breton e realizzato da Dali, da Magritte, da Chagalle, Pacifico ha ereditato quella straordinaria capacita di raccontare il proprio

subconscio, i propri sogni, sulla tabu. "l'ottanta per cento di quello che c'è nel mio lavoro nasce dal subconscio", racconta, "nasce di getto". A questa, poi, si sovrappone il lungo lavoro dell'artista della definizione dell'iconografia, del disegno, del colore, della rifinitura fino alla perfezione. Ma è la sua anima quell'andirivieni pazzo e colorato che incontriamo nei suoi quadri. Raccontata, però in punta di pennello. Con una delicatezza squisita. Senza esibizionismi. Senza niente che possa lontanamente urtare la nostrasensibilità o spaventarci per eccesso di realismo.

I sogni spezzati, le delusioni, sono tronconi di matite colorate tra i flussi di un mare in tempesta. I sogni realizzati sono matite nuove, perfette, appuntite come stiletti, che appaiono all'improvviso dietro le 9uinte di un teatro o su un cielo notturno. Il sangue innocente sparso nelle guerre moderne a una macchia informe di rosso carico, espulsa da un tubetto di colore che si contorce drammaticamente. La fantasia creatrice, il sogno, quella parte in più del cervello che fa si che un uomo - uno solo so tanti - sia artista, e in quei cilindri colorati che campeggiano sul capo di uomini baffuti. L'erotismo, gioioso a spensierato oppure triste, coatto a nelle donne dai lunghi capelli e dalle forme morbide, a nelle ballerine, che mostrano la biancheria e la nudità delle cosce in sfrenati can can. E per rinforzare it simbolismo, l'ironia che talvolta si veste di gaiezza a talaltra di tragicità, Pacifico ogni tanto inserisce nel suo lavoro dei collage. Quasi invisibili, volutamente occultati, dedicati solamente a chi ha la capacità di darsi al quadro totalmente. Di entrarci, percorrerlo da dentro, centimetro per centimetro. Solo a lui sari: dato di scoprire, magari, sotto il braccio di un omino volante, il biglietto da visita dell'artista. Qualche volta, invece, il collage salta all'occhio, magari sotto la forma di una barchetta di carta di giornale appoggiata sull'orizzonte. Ma chi la guarda con attenzione, chi si avvicina alla tela con gli occhi a con it cuore, si accorgerà che questa barchetta a interamente dipinta. Con una mono talmente ferma e felice da sfiorare it virtuosismo. Un trompel'oeil per dire, ancora una volta, che troppo spesso cin che si vede non è affatto ciò che sembra. Perchè "la vita è tutto un teatro".

E la vita Pacifico la conosce. Di gavetta ne ha fatta, con la pazienza e la determinazione di chi so di avere tanto da dire e sa che prima o poi ce la fare: a dirlo come vuole. Ma qualche matita spezzata ha dovuto dipingerla. E pensare che lui l'ha saputo subito che avrebbe fatto it pittore. Fin da bambino. Cosi frequenta l'istituto d'arte di Bari e li si diploma. È lì che incontra Francesco Spizzico, artista fondamentale nella sua formazione e nella sua ispirazione. Poi arrivano i lavori di grafico pubblicitario prima e di illustratore di copertine di dischi poi. Accettati con la tranquillità di chi sa aspettare, e soprattutto con l'intelligenza di chi sa bene che "ii mestiere dell'artista e fatto di esperienze", come ci tiene a puntualizzare. E certamente nessuna esperienza fa male. Certo, la ispirazione spontanea a quella, abbiamo vista, dell'affabulatore. Ma non è escluso che l'esperienza di dipingere con un fine, per comunicare qualcosa, gli abbia insegnato quel linguaggio semplice, piano, comprensibile a tutti, affascinante e rassicurante che è poi una delle sue cifre pia godibili. Infine arriva il momento di Parigi. Di quell'atmosfera unica, irripetibile, che è rimasta la stessa dei tempi di Manet e Degas a oggi, Pacifico ci va nel 1974 e ci resta circa un anno. E poco più che un ragazzo e l'impatto con quella realtà è per lui straordinario e coinvolgente. Le coppie romantiche allacciate sotto i cieli stellati, le finestre illuminate nella notte, quel colore blu Ferro che riesce ad essere freddo e caldo nello stesso tempo fanno it loro ingresso nei suoi quadri e non li abbandonano pin. Ma, soprattutto, Parigi a la possibilità di vedere da vicino a quantità massiccia i lavori del suo idolo Toulouse-Lautrec. E, oltre a questa, it disvelamento di quello che Toulouse-Lautrec era l'ambiente, tra piccoli teatri famosi bar-tabarin. Anche lui, Henri de Toulouse-Lautrec, portava i baffi - anche se accompagnati da una folta barba - e piccoli occhiali rotondi. Come gli uomini in cilindro di Pacifico. E anche lui, deturpato da un incidente da cavallo ma nonostante quello famoso per essere un amante fantasioso e instancabile, amava indossare it cilindro. Che sia lui l'omino che vola per questi cieli stellati? 0 che appare, improvviso e enigmatico, sul palcoscenico di un cafe-chantant tra belle donne bionde? Immaginiamolo cosi: Pacifico-Toulouse, cantastorie moderno che ci accompagna attraverso la favola infinita del colore.


ALESSANDRA RADAELLI Critico Arte Mondadori


Il linguaggio del sogno nella pittura di Luigi Pacifico

Il "linguaggio" è la facoltà propria degli esseri umani di comunicare attraverso segni o altri mezzi espressivi. Ebbene dinanzi ai lavori di un pittore il primo problema che si pone è quello di spiegare l'uso che egli fa di uno specifico linguaggio. Dico questo perché la "veduta" di un quadro o di più quadri provoca una generale e imprecisata reazione che stimola la vista è poi la fa articolare in improvvisati e spesso inutili giudizi. Proprio per uscire da un simile equivoco l'intervento della "decodifica" o se vogliamo della "lettura" appare fortemente necessaria. Ebbene qual è il linguaggio di Luigi Pacifico usato nella "architettura" del suo lavoro? La risposta presuppone alcune considerazioni iniziali. Innanzitutto rifacciamoci a quella "immediatezza" di cui parlavo prima perché non va necessariamente esclusa anzi rappresenta la operazione iniziale anche se disordinata e immediata come dicevo. Ebbene cosa offre l'impatto visuale dei quadri del nostro pittore? Diderot raccomandava di osservare un dipinto "entrandovi" da un lato della cornice per descriverne i fatti, gli oggetti, le figure, i colori, e uscirne dal lato opposto. Seguiamo, in questa prima fase, il consiglio del grande filosofo. Attraversiamo le cornici e incontriamo un insieme di immagini improbabili: gnomi colorati al maschile e al femminile, barchette su un mare azzurro indefinito che metafisicamente sfocia in un cielo più denso e ricco di stelle e stelline e mezze lune o altri pianetini. Il sole o la luna spesso fanno capolino o si centralizzano illuminando appunto scene di "voli" o ascese "galleggianti" in una "aria colorata" che sconfina non si sa dove...; una fenomenologia a scala inconsueta che scuote l'osservatore facendolo migrare, se vogliamo, in un mondo inesistente. Uno "sconfinamento" e perché? Ebbene la risposta si trova in uno specifico "linguaggio". Sciogliamone il senso allora! Il segno simbolico è il "sogno" inteso come "stato" invisibile del pensiero. Un "sogno diurno" che implica "inconscio" e "conscio" libero e anarchico, capace di "trascinare" in uno spazio sfumato e incomprensibile, distante dalla ragione. E' la "surrealità". Una realtà oltre... dove regna incontrastata la "immaginazione".

E' un moto "ribelle", una alchimia di poesia e amore. E' il "galleggiare" meraviglioso in una aria gioiosa, fantasmagorica.
Il pittore si intravede mentre dipinge sulla luna o su un pallone che ascende o fra stelle azzurrine. Ci avverte che quel mondo è mediato dall'arte e che solo lui ne è il celebrante. Per questo i suoi dipinti ne sono "testimonianza" e "simbolo". In altra valenza e secondo altro versante non si può escludere che egli voglia comunicare anche un affascinante "dada", un "gioco" provocatorio, stravagante; "siate liberi nella gioia del sogno" sembra voglia dire... azzardo, signori, perché la pittura di Pacifico fra "dada" e "surrealismo" muove anche, nei suoi recenti lavori, verso la pop art o se vogliamo verso il neo-pop, lettura postmoderna della scuola citata. E lo dico perché ho osservato i suoi collage e i materiali da lui stesso usati. Una lezione "popolare" appunto pop che significa arte di "massa", anonima, capace di essere compresa dal maggior numero di persone. Luigi Pacifico rende così interessante il suo pensiero poetico. "Dada", "Surrealità" come elaborazioni di un gesto, se vogliamo, "elitario" sublimante, che chiude nel fantastico. Ma poi quello stesso lavoro, quel "gioco" immaginifico, diventa "fondamento" che si arricchisce di materiali "reali"... appunto nel "collage". Una contraddizione si direbbe. Direi di no! E' solo la naturale veritàcreativa dell'arte nella quale Luigi Pacifico sa, da grande artista, affermare e negare... fra realtàe immaginazione.

Francesco Salamina




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